Tibet

Maggio 2008

Il tetto del mondo

La “questione Tibet” (che il Governo Cinese continua a negare) è ormai una vicenda che dura da decenni. Tante storie in una. Da un lato un paese fiero, determinato, con una lunga storia di invasioni, che ha tutto il diritto di voler essere indipendente: il Tibet; dall’altro la Cina, una nazione con un governo che appare ai nostri occhi tra i più oppressivi, repressivi e aggressivi esistenti.
Da una parte forse il più grande senso religioso del mondo, dall’altro un popolo annullato e assoggettato da una società violenta.
In Tibet la volontà di libertà e pace, in Cina, un governo totalitario che, al di là del “colore politico”, che non significa nulla, tenta in variegati modi di invadere altre nazioni.

L’immensa regione tibetana, fatta di montagne e altipiani, ha sempre attirato gli appetiti dei vicini per la sua posizione strategica (fra Cina e India), perché controlla riserve d’acqua vitali per tutto il continente e giacimenti di minerali preziosi, dall’oro all’uranio.
Le mire coloniali della Cina sul Tibet sono una costante nella storia, che non varia con i regimi politici: l’indipendenza del Tibet, i cui abitanti sono affini ai birmani e non parlano il cinese e la cui capitale Lhasa non condivide affatto la storia delle altre città cinesi, non venne accettata dalla Cina repubblicana, che fece tornare alla ribalta la questione dei “Territori separati dalla madrepatria” con Mao nel 1949.

La Cina, dopo più di 50 anni, continua ad insistere e pretendere il dominio su tutto il territorio tibetano. Con il suo modo dispregiativo ha depredato le ricchezze del paese, distrutto il 90% del patrimonio artistico e architettonico, ha ucciso e deportato milioni di tibetani, usa il territorio come una discarica e sta distruggendone l’ambiente. Spingendo i cinesi a stabilirsi in Tibet ha ridotto la popolazione indigena a una minoranza, minacciando di fatto la cultura e l’identità di quel popolo. Costringere all’immigrazione rappresenta una forma subdola e pericolosissima di invasione silenziosa, pratica attuata non solo in Tibet e non solo dalla Cina!
Il governo cinese attua, con successo, una serie infinita di attività per sottomettere il popolo tibetano così come i cinesi stessi.
Privazione della libertà di parola, imprigionamenti, uccisioni, torture, sterilizzazione sistematica, rieducazione patriottica mescolate a procedimenti atti a mantenere disinformato il mondo (oscuramento dei video di YouTube in Cina, mancata circolazione di foto e immagini degli eventi, ecc.) così da far cadere velocemente l’interesse per tutto ciò che riguarda la Cina.
La Cina, intesa come classe dirigente, è un paese violento, servo del suo proprio potere, che sottomette anche il proprio popolo e continua ad avere bramosia di conquista.
L’esercito al soldo del governo cinese, come un serpente senza testa, mantiene nel terrore e nella povertà estrema gran parte del suo popolo.
Quando parlo di popolo cinese ho sempre in mente i piccoli schiavi della cattivissima Happy Betty, in “Vip, mio fratello superuomo” del 1968, di Bruno Bozzetto.

Ma in Tibet la sete di libertà e il diritto all’autodeterminazione sono vivi più che mai. La religiosità tibetana ha già dimostrato in passato di saper custodire un nazionalismo profondo, che riemerge in momenti inaspettati e nelle forme più imprevedibili.
Nessuna censura, nessuna persecuzione è riuscita a sconfiggere la religiosità diffusa, mistica e corale del popolo tibetano.

Naturalmente le notizie sono contraddittorie, c’è chi sostiene che tutta la situazione descritta non esiste, che il popolo tibetano viveva in povertà sotto il dominio dei monaci buddisti e la Cina ha portato benessere, progresso, ricchezza. Ci sono video che “dimostrano” come molte immagini di repressioni siano false, ecc. ecc. Ma sia le une che le altre possono essere informazioni non veritiere. Le manipolazioni e le strumentalizzazioni sono sicuramente all’ordine del giorno.
Quindi un Tibet sottomesso ai monaci buddisti o al governo cinese? Un popolo povero e fiero o moderno e già libero?
Una Cina moderna, democratica e pacifica o repressiva, sanguinaria, calcolatrice?
Difficile capire e decidere: è auspicabile comunque, per ognuno, uguaglianza e libertà.

La questione Tibet

“Il Tibet, nazione indipendente con una storia che risale al 127 a. C., è stato invaso nel 1959 dalla Repubblica Popolare Cinese.
Un milione e duecentomila tibetani, un quinto della popolazione, sono morti come risultato dell’occupazione cinese. Migliaia di prigionieri religiosi e politici vengono detenuti in campi di lavoro forzato, dove la tortura è pratica comune.
Uno degli aspetti penosi della dominazione cinese è stato il “thamzing”, durante il quale i tibetani erano costretti ad autoaccusarsi di crimini non commessi e ad autodegradarsi.
I bambini erano sovente obbligati ad accusare i genitori di aver compiuto questo o quel crimine e a colpirli con sassi.
Molti genitori, a loro volta, sono stati costretti a pagare i proiettili usati per ucciderli e a ringraziare i cinesi per aver eliminato “elementi antisociali”.
Le donne tibetane sono soggette tuttora a sterilizzazioni forzate e a procurati aborti: il potere cinese vuole che i cinesi in Tibet siano sempre più numerosi e i tibetani sempre di meno.
Spesso vengono sterilizzate in condizioni spaventose, tutte le donne in età fertile di un paese: radunate a forza davanti a una tenda montata allo scopo, sono costrette ad attendere il loro turno ascoltando oltretutto le grida della donna operata all’interno. Non ci sono anestesie, altissima è la percentuale di donne morte per infezione, poiché vengono obbligate ad abortire anche donne in attesa da cinque o sei mesi. Le donne tibetane si rifiutano di partorire negli ospedali perché in molti casi il bimbo viene loro sottratto e considerato “morto durante il parto”.
Inoltre il Tibet, un tempo pacifico stato cuscinetto tra India e Cina, è diventato una vasta base militare che ospita buona parte della forza missilistica nucleare cinese, valutata complessivamente in 350 testate nucleari. Esistono numerose miniere di uranio dove la manodopera è quasi esclusivamente tibetana; parecchie persone che vivono nei villaggi vicini alle basi atomiche, ai luoghi di interramento delle scorie nucleari e alle miniere di uranio, sono gravemente malate, mentre continuano a nascere bambini deformi, i campi non danno più colture, gli animali muoiono e le acque dei fiumi che attraversano vasti territori dell’Asia, quali Brahmaputra, sono contaminate da materiale radioattivo.
Le risorse naturali del Tibet e la sua fragile economia stanno per essere irrimediabilmente distrutte. Gli animali selvatici sono stati sterminati, le foreste abbattute, il terreno impoverito ed eroso.
La deforestazione del Tibet procede senza sosta dal 1963, 24 ore su 24.
Più di 6.000 monasteri, templi ed edifici storici sono stati razziati e rasi al suolo, le loro antiche opere d’arte ed i tesori della letteratura sono stati distrutti o venduti dai cinesi. Migliaia di statue d’oro sono state fuse, trasformate in lingotti e trasportate a Pechino.
La Cina proibisce in Tibet l’insegnamento e lo studio del Buddismo, l’odierna apparenza di libertà religiosa è stata inaugurata unicamente per fini di propaganda e turismo.
Finti monaci prezzolati popolano finti monasteri, mentre i monaci e le monache vengono espulsi, maltrattati e imprigionati.
Il Governo del Tibet in Esilio, con sede a Dharamsala, in India, è stato organizzato secondo principi democratici. Nonostante la rigida chiusura del Governo di Pechino che si ostina a negare l’esistenza di una “questione Tibetana”, dal 1959 ad oggi il Dalai Lama ha formulato diverse proposte politiche per sbloccare la situazione ed avviare un serio negoziato.
A tutt’oggi il Governo di Pechino non ha dato risposta.”

(tratto da: “Il Tibet oggi“)

Materiali

> Le date della tragedia tibetana
> Associazione Italia Tibet
> Biografia del Dalai Lama
> Dossier Tibet
> La storia del Tibet
> Il terrore cinese in Tibet
> Storia tibetana
> Tibet e imperialismo
> Notizie dal Tibet
> Incontro Tibet/Pechino 2008

La Cina e i cinesi: Piazza Tian’anmen.

> “Tra l’aprile e il maggio del 1989, oltre un milione di persone, guidate dagli studenti, occuparono pacificamente piazza Tian’anmen a Pechino, chiedendo libertà e democrazia. In tutta la Cina, decine di milioni di cittadini appoggiavano le loro richieste. Ma i leader del Partito comunista respinsero ogni ipotesi di dialogo, e il 3 e 4 giugno la piazza fu sgombrata dall’esercito. Più di mille manifestanti furono uccisi, migliaia di persone furono arrestate in tutto il paese, molte scelsero la fuga e l’esilio. Il desiderio di riforme fu stroncato nel sangue. Oggi quella tragedia può essere ricostruita nei minimi particolari grazie a questo libro sconvolgente che esce in contemporanea in tutto il mondo. Una fonte confidenziale all’interno del sistema politico cinese, che intende così rilanciare la sfida al potere totalitario, presenta in Tiananmen centinaia di documenti che provengono dal vertice del Partito e dello Stato. Attraverso rapporti segreti e conversazioni riservate possiamo scoprire davvero come si svolsero davvero i fatti, quali contrasti e manipolazioni precedettero la decisione di far intervenire i carri armati, quali furono le posizioni dei leader, gli umori della popolazione, il ruolo degli intellettuali, dell’esercito, della polizia, dei servizi segreti. L’autenticità del materiale è garantita da Andrew J. Nathan, Perry Link e Orville Schell, le tre massime autorità occidentali sulla Cina di oggi, che con i loro saggi analizzano i fatti e i documenti. Quest’opera è un’occasione unica per conoscere dall’interno uno dei sistemi politici più ermetici. Ed è in sé un evento storico, che scatenerà polemiche e riaprirà la partita, ai massimi livelli del potere cinese, fra tradizionalisti e innovatori.”
(“The Tiananmen Papers”, di Andrew J. Nathan e Perry Link, ed. Rizzoli, 2001)

> Piazza Tiananmen
> “Tank man
> La mia Cina

Il Tibet e la Cina al cinema

> “Lanterne rosse” diventa così un film sulla perversione del potere. …
… quelle mura seducenti, quei tetti avvolgenti, quelle sete, quegli ori, quei costumi d’ineffabile “educazione”, all’interno dei quali affiora tutta la miseria, la sopraffazione, la disperazione di uno dei più bei ritratti femminili che il cinema ci abbia offerto.

> Temi cari a Yimou come la posizione del singolo rispetto al “potere”, di qualunque tipo esso sia, trovano in simili ambientazioni storiche spazio di sviluppo pressoché illimitato.(“La foresta dei pugnali volanti”).

> Anche nella pellicola di Yimou, il protagonista con l’aiuto dei suo amici, riuscirà a creare un mondo soltanto per la ragazza; un mondo che si rivelerà una lezione di vita per entrambi. Un mondo “contro” una fredda Cina metropolitana su cui il regista si sofferma di rado. (“La locanda della felicità”).

> Una classe operaia che non poteva fare scelte, che veniva “deportata” da un capo all’altro del paese, sradicata dalle proprie memorie, dalle proprie case: un’intera generazione incapace di scegliere. (“Shanghai dreams”).

> ”L’Angolo Rosso” di Jon Avnet (Pomodori Verdi Fritti Alla Fermata Del Treno), thriller giudiziario che si presta al dibattito sui diritti civili e attacca duramente il governo cinese.

> “Il governo cinese ha ostacolato in ogni modo la realizzazione di questo film: prima negandoci di girare in Tibet, poi esercitando forti pressioni sul governo indiano, affinché non ci concedesse il permesso di effettuare le riprese in India. Così, dopo sei mesi di lavoro in India, siamo stati costretti a trasferirci sulle Ande. Anche qui il governo cinese ha tentato di boicottarci, ma per fortuna senza riuscirvi, perché gli Argentini alle pressioni della Cina hanno fatto orecchie da mercante”. (“Sette anni in Tibet”).

> La biografia di Sua Santità si dipana da un evento all’altro con tutta tranquillità, dalla scoperta del bambino in cui si è incarnato il precedente Dalai Lama fino all’esilio in India dopo la violenta invasione del Tibet da parte dell’esercito cinese e gli inutili tentativi di Kundun di risolvere con la non violenza le pretese del leader comunista Mao. (“Kundun”).

> Questo film/documentario genera molta tristezza nello spettatore: sembra impossibile che il genocidio e le crudeltà subite da questa gente possano essere passate quasi totalmente sotto il silenzio dell’opinione pubblica mondiale, ma qui non ci sono nè petrolio, nè diamanti, nè uranio, solo le montagne più alte del mondo… (“Tibet, il grido di un popolo”).

> “Dreaming Lhasa
> “La coppa” regia di Khyentse Norbu
> Cinema e buddismo

Queste immagini sono state reperite su Internet. Chiunque le risonoscesse come proprie è invitato a segnalarmelo. Rimuoverò immediatamente le foto dal sito. Grazie. Frank

mail: frank@rospi-e-scheletri.net